Gran Torino rimane, quindi, un film apprezzabile sotto varie forme e che da voce con ritmi e metodologie interessanti a tematiche che facilmente si presterebbero a perbenismo ed ipocrisia.

Walt Kowalski (Clint Eastwood) è un anziano bisbetico reduce dalla guerra di Corea con un forte bagaglio nazionalista, dal tono e dal carattere tradizionalisti. Rinchiuso in se stesso, ormai vedovo con figli disinteressati ed approfittatori, è ottusamente convinto nel rimanere ad abitare nello stesso quartiere dove un tempo era circondato da persone che lui stesso riconosceva suoi pari, ed ora divenuto un sobborgo colmo di immigranti indo-cinesi. Sarà proprio questa stretta convivenza con immigranti orientali, rifugiati proprio a causa delle guerre a cui partecipò l’esercito U.S.A. in quelle regioni dell’asia, a far scoprire ad un iper-nazionalista quante cose possa avere in comune con quei “musi gialli” piuttosto che con la propria famiglia.
Gran Torino è il nuovo lavoro firmato Clint Eastwood che raggiunge con questa produzione un notevole risultato. Perno e pilastro è la sceneggiatura che si districa su un’evoluzione di eventi e relazioni coattive tra vicinati di un quartiere di periferia. Contatti sociali che impongono al protagonista, chiuso in se stesso e nella sua proprietà, di confrontarsi e condividere il tempo con le persone che ha sempre ritenuto “nemiche”.
La scenografia è poco varia ma ben costruita e delimitata attorno ai personaggi, comparse stabili che delineano contorni fondamentali per la pellicola a cui Eastwood ha saputo dare il giusto peso e le giuste sfumature. Così le grandi come le piccole figure che si susseguono e che vengono presentate nel film possiedono i loro spazi, il loro contesto, la loro propria scenografia minima ed esaustiva che li trasporta ad essere metafore ovvie della quotidianità che circonda ogni uomo.
Ancor più rimarcabile è che queste stesse figure, nella loro generalità, riportano diversi aspetti dei temi oggi molto gettonati come multi-etnicità ed immigrazione, in maniera poco canonica e forse anche poco consona, ma proprio per questo geniale ed apprezzabile. Riscopriamo il nazionalista e patriottico Walt, un uomo che onora la bandiera americana, essere null’altro che un emigrato, per famiglia, polacco, il suo barbiere di fiducia non è altro che un italiano trapiantato, così come l’amico imprenditore edile risulta essere irlandese. Tutte persone che si sentono di diritto americane, nonostante le loro origini, e che hanno partecipato con orgoglio a difendere o costruire l’America, con la conseguenza di dimostrare come, alla fine, quello stesso paese sia un crogiuolo di culture ed origini differenti.
Il giovane Thao (Bee Vang) e la sua famiglia incarnano i rimpianti del vecchio Walt, ma anche la dicotomia che esiste tra vecchia e nuova generazione con tutte le problematiche di comunicazione e crescita. Ciò nonostante è proprio il giovane asiatico, soffocato dal tradizionalismo del su paese, a riscoprire in una persona come il protagonista un nuovo padre, innovativo ed innovatore perché americano, perché di cultura diversa da quella che il giovane ha sempre dovuto sopportare. Sboccia così un rapporto da cui si origina non solo un senso di appartenenza familiare reciproco ma anche di identificazione nazionale. Ciò che Thao e Walt finiscono per ricreare non è solo una famiglia ma una comunità, in cui ognuno è ben conscio delle proprie differenze pur rimanendo avvolti dal rispetto reciproco. Il cugino disgraziato di Thao e la sua gang non fanno altro che divenire i veri disadattati, cosa che accade a molti giovani che si ritrovano a crescere nei margini di una società che li schiva, il cui errore semantico nel sentirsi appartenenti ad una società o ad una comunità li porta ad essere criminali nella nuova patria e inconsapevoli bestemmiatori della propria cultura ricreando una propria comunità utopica nella quale i coetanei connazionali, unici ad aver diritto o meglio obbligo ad entrarvi, che si rifiutano di accertarla devono essere puniti violentemente.

Montaggio, fotografia, inquadrature e colonna sonora rimangono fluidi e costanti senza presenza di elementi notevoli od eccezionali, ma normalizzati e quasi canonici, caratteristiche che non pregiudicano una visione scorrevole e piacevole fino ai titoli di coda. Ottima la caratterizzazione degli attori e la loro prestazione, rimarcabile la stessa di Clint Eastwood che, tenendo fede alla definizione attribuibile a Sergio Leone - un attore con due espressioni: con e senza cappello - riesce ad incarnare e rendere tangibile il suo personaggio con un monoespressionismo azzeccato ed eloquente. Ottimi i dialoghi che diventano parte essenziale non solo degli attori ma delle stesse scene, volutamente cinici, volutamente grezzi, volutamente offensivi ed intelligentemente strutturati, totalmente coerenti con i rispettivi caratteri di ogni personaggio. Gran Torino rimane, quindi, un film apprezzabile sotto varie forme e che da voce con ritmi e metodologie interessanti a tematiche che facilmente si presterebbero a perbenismo ed ipocrisia.
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Nick Schenk, Dave Johannson
Attori: Clint Eastwood, Cory Hardrict, John Carroll Lynch, Geraldine Hughes, Brian Haley, Brian Howe, Nana Gbewonyo, Bee Vang
Durata: 116 Min
USA 2008
Tags: Bee Vang, Brian Haley, Brian Howe, Clint Eastwood, Cory Hardrict, Dave Johannson, Geraldine Hughes, John Carroll Lynch, Nana Gbewonyo, Nick Schenk