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THE NUMBER 23
…Numero 23 risulta essere una buona produzione complessiva anche se non riesce ad appassionare fino in fondo il pubblico, che rimane solo incuriosito da quale potrebbe essere la soluzione del quesito finale…
Walter Sparrow conduce una vita tranquilla e a volte monotona, fino a quando non s’imbatte in un intrigante e allo stesso tempo inquietante libro dalla copertina rossa recante come titolo: “The Number 23″. Man mano che procede nella lettura, gli eventi narrati tra le pagine sembrano, ad ogni capitolo, sempre più somiglianti ai ricordi della sua infanzia e ad episodi della sua vita presente; da qui Walter comincia a porsi alcune domande che, investigazione dopo investigazione, si trasformano in veri e propri dubbi per arrivare, infine, a sfociare in paranoie psicotiche legate all’esistenza di un codice e di un valore mistico del numero 23. Vere e proprie ansie di tale intensità da spingerlo a rischiare tutto pur di arrivare alla verità su quei sogni e quelle impersonificazioni per lui tanto reali, troppo reali, che lo portano a dubitare di se e delle proprie convinzioni a proposito della realtà al principio (della narrazione), degli estranei e dei membri della propria famiglia che non accettano le sue ipotetiche soluzioni ai quesiti paranoici ai quali viene sottoposto sul finale.

Riprendendo e rivisitando i canoni cinematografici del “detective movie” anni ‘50/’60, “Il numero 23″ è un thriller psicotico-ossessivo sorretto da una base che affonda le sue radici in un ben amalgamato impasto tra teorie mistiche e paure persecutorie. Mosso da buone idee di fondo, come le teorie sul valore magico del numero 23 e, più interessanti, le paure e i punti bui della mente umana, questo film si svolge con le stesse caratteristiche e la tempistica tipici della letteratura, in particolare del racconto poliziesco, quasi per presentare al pubblico un film che vuol essere sfogliato come un libro. Questa ultima struttura stilistica pare essere molto interessante perché: da un lato concede all’intera opera una caratteristica peculiare che riesce ad interessare la platea sia per i tempi usati nella successione delle scene sia come modello narrativo poco convenzionale; dall’altro è un mezzo per maggiormente avvicinare il pubblico al protagonista del film, tentando di affiancarlo alla medesima situazione emotiva del protagonista, ponendoli di fronte a una medesima situazione.
Inquadrature e filtri trasportano lo spettatore tra il presente e il passato, tra una vita e la sua plausibile nemesi in un tripudio d’effetti ottici che portano questi due piani ad amalgamarsi e confondersi sul finale. Poche sono le scene non curate per quanto riguarda colore e prospettive: è proprio la fotografia a ricordare il vecchio mondo del cinema poliziesco e a modernizzarlo tentando di intrappolare l’astante nelle maglie della trama. Un buon lavoro di montaggio permette di seguire linearmente una trama molto complessa che si districa tra paranoie, vita reale e flashback. Tutto è incatenato in maniera solida e senza pause intense o anacronistiche ma, al contrario, con linearità e semplicità così che il tutto non appare noioso.

Il film è interamente incentrato sulle ossessioni del protagonista Walter Sparrow, interpretato da un abile Jim Carrey che, una volta ancora, si afferma come attore versatile e dotato di grande abilità, capace nel rappresentare le scissioni del suo personaggio e rendere le sue preoccupazioni intime intuibile da terzi. I restanti attori fanno da cornice: necessari ma non essenziali.
Benché lontano dai risultati raggiunti dai maestri del genere Thriller/Poliziesco, Numero 23 risulta essere una buona produzione complessiva anche se non riesce ad appassionare fino in fondo il pubblico, che rimane solo incuriosito da quale potrebbe essere la soluzione del quesito finale; ancora peggio, non si viene travolti dalla spirale psicotica rappresentata, si rimane solo dei testimoni esterni dei fatti. Nonostante i numerosi tentativi stilistici presi dal regista, permane una forte mancanza per quanto riguarda l’energia che la produzione possiede, buone idee che sembrano però mancare di passione, di quel tocco di “verve” utile per far propria la platea ed assicurarsi il suo coinvolgimento. Ciò è dovuto ad alcune lacune per quanto riguarda elementi utili ad aiutare il trasporto emotivo dello spettatore, come l’incongruenza tra la musica, poco d’effetto, e le scene che accompagna.