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STILL LIFE, Sanxia Haoren

Still Life offre notevoli momenti di cinema, a partire dalla sequenza iniziale, con inquadrature dall’affascinante costruzione plastica e una convincente fotografia dei luoghi degradati in cui la vicenda si svolge.

Still Life esce nelle sale sei mesi dopo la presentazione e la controversa vittoria del Leone d’Oro al Festival Internazionale del Cinema di Venezia. Il film di Zhang Ke Jia ambienta a Fengjie, lungo lo Yangzi, durante la rilocazione della città di per via della costruzione di un’imponente diga sul fiume, la storia di Han Sanming, un minatore che si reca nella cittadina alla ricerca della ex moglie che non vede da sedici anni, e dell’infermiera Shen Hong, alla ricerca del marito emigrato due anni prima; la narrazione è divisa in capitoli denominati come beni di conforto quali: sigarette, alcool, té e caramelle (toffee).

Quello mostrato attraverso Still Life è un ritratto poco confortante dello strato liminale che divide la Cina rurale dalle grandi metropoli, che vede uno sviluppo industriale brutale e incompleto, al quale si aggiungono le difficoltà degli sfollati costretti ad arrangiarsi, emigrando in altri distretti o rimanendo in una zona in cui i soli lavori disponibili sono quelli di demolitore, di prostituta o di manovalanza per la criminalità locale.

STILL LIFE - Sanxia Haoren

La costruzione della diga con il lento riempimento dell’immenso bacino, la demolizione dei palazzi fatta a mano da squadre di operai, gli onnipresenti cartelli riportanti il livello dell’acqua che sarà raggiunto durante la “fase 3″, contribuiscono a dare la sensazione di una lenta ma inesorabile mutazione, distruzione e ricostruzione, che sottolinea ancora di più la liminarità tra due realtà molto distanti tra di loro. La cosa forse più affascinante di questo film, è la concezione del tempo che se ne ricava osservando le umane vicende scorrere come nulla fosse, senza cambio di passo, sullo sfondo di questi accadimenti grandi e inarrestabili, tingendo, almeno ad un occhio occidentale, di surreale questa pellicola. Zhang Ke Jia ha fatto inoltre uso di elementi estemporanei, talvolta anche surreali o fantastici come nel caso di una bizzarra costruzione che decolla come un missile, per sottolineare particolari momenti di mutazione nell’animo dei personaggi e rappresentare simbolicamente concetti, quasi a rafforzare positivamente la rappresentazione di un “paesaggio interiore” in un film che è più contemplazione che narrazione.

Still Life offre notevoli momenti di cinema, a partire dalla sequenza iniziale, con inquadrature dall’affascinante costruzione plastica e una convincente fotografia dei luoghi degradati in cui la vicenda si svolge. Tuttavia i dialoghi, fatti più di pause che di parole, mi fanno sconsigliare una visione a chi non sia più che avvezzo al cinema orientale.

Osservando quanto rappresentato, si potrebbero fare considerazioni in merito al contenuto sociale della pellicola, con particolare riferimento sia alla denominazione dei capitoli, i generi di conforto disponibili per chiunque, che all’uomo intento a percorrere una corda tesa sulla rovine, chiaro riferimento ad un’evidente precarietà, immagine che chiude la visione. Considerazioni in cui preferisco non addentrarmi e che lascio agli specialisti del caso.

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