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recensioni
Inland Empire
Se da un lato il suo uso del linguaggio cinematografico è interessante per la destrutturazione che realizza, dall’altro si tratta di un vero e proprio incubo di tre ore per qualsiasi spettatore…
L’oscurità apre l’ultimo lavoro di David Lynch, poi una registrazione: che sia il ricordo od il sogno, fatti di una materia assai simile, o la vita stessa ad essere riprodotta?
Una prostituta polacca guarda, in lacrime, lo scorrere degli eventi sullo schermo di un televisore che mostra solo rumore bianco, attraverso il quale prende forma una sitcom dove i personaggi sono tre persone con la testa da coniglio. Altrove, un’attrice di Hollywood riceve la sgradita visita di una sorta di strega, che le pone domande imbarazzanti e si produce in “profezie” riguardanti la produzione di un “film”.
Ripartendo dal discorso abbozzato col precedente Mulholland Drive, Lynch compone un altro viaggio nel regno interiore. La vita come insieme di ricordi e come registrazione, filmica in questo caso, o radiofonica, su vinile e letta da una puntina metallica, vissuta e rivissuta, come viene suggerito. “Il buio cielo del domani”, la produzione per la quale l’attrice si appresta a lavorare, è un remake sul quale aleggia il pericolo di una “maledizione”, e quello a cui si assiste è il remake di una vita, “girato” con attori e personaggi diversi, ma con la stessa sceneggiatura e, forse, lo stesso finale.
Se in un primo momento la storia sembra avere ancora una coesione di qualche genere, riprendendo quanto fatto nel precedente film con una sovrapposizione di reale e onirico, ci si accorge in fretta di come il lavoro di destrutturazione dell’aspetto narrativo sia andato oltre e sia arrivato al punto che la differenza tra reale e onirico, reale e finzione o finzione e onirico non è più importante. Rimangono le componenti del soggetto: una storia di gelosia, tradimento, un omicidio girate e riproposte più volte con differenze di luoghi, di situazioni e di esiti. Si perde ogni certezza riguardante la scansione temporale e la dislocazione spaziale degli eventi, grazie ad un cut-up di scene che non hanno nulla che le leghi, tranne il rappresentare analoghi stati mentali. Stesso lavoro di destrutturazione e cut-up ha subito il copione, anch’esso spezzato e proposto senza alcuna continuità, con le stesse battute ripetute più volte, in cicli. Analoga sorte, ma nulla di nuovo rispetto al precedente film, sopportano i personaggi, che passano da un’attrice all’altra per sovrapposizione, escluse le parti che ricoprono aspetto puramente metaforico. Di più, in questo film, il tentativo di trascendere i ruoli, con personaggi che diventano persone e poi spettatori, e con quel non staccare mai, neppure sui titoli di coda, nei quali viene messo in scena un party con attori e personaggi.
A spasso per i luoghi della mente quindi, accompagnando la bionda attrice e il suo alter ego polacco, attraversando ambienti che sfruttano in pieno tutto l’immaginario di Lynch fatto di palchi, quinte, sipari che mostrano la via, luoghi appartati e stanze fiocamente illuminate, arredate con un pessimo gusto. Tutti popolati da demoni, diavolesse e spettri di vario tipo e con uno spazio oscuro nel quale qualcosa si muove e dal quale si è irresistibilmente attratti: una rivelazione pericolosa e paurosa dalla quale si sfugge, qualunque essa sia. Luoghi raggiungibili attraverso riti dal sapore magico, come il praticare un buco con una sigaretta in un paio di mutande di seta, per poter vedere oltre. Sempre lo show è il mezzo che indica, la finzione fonte di rivelazione. Il confine con la videoarte si fa molto sottile e sembra spesso di assistere ad una performance diversa da quella cinematografica, al frutto di un’azione artistica di qualche genere.
Confermata la capacità in quest’autore di creare angoscia e disagio: mai come in questo film sono numerose le scene e le immagini spaventose, ampiamente aiutate dalla colonna sonora che talvolta serve anche come provvidenziale sveglia.
Chi è uso al cinema di David Lynch parte avvantaggiato, gli altri farebbero bene a condividere gli stessi sentimenti della ragazza che, facendo all’amore, in apertura all’opera dice: “ho paura”… Perché Inland Empire è un film spiazzante, difficile, poco avvicinabile e molto coraggioso. Se da un lato il suo uso del linguaggio cinematografico è interessante per la destrutturazione che realizza, dall’altro si tratta di un vero e proprio incubo di tre ore per qualsiasi spettatore; è d’augurarsi che, raggiunto il traguardo del “metacinema” puro, Lynch trovi un buon soggetto e da lì, questa volta, riparta.